Quando si parla di scoperte scientifiche in ambito nutrizionale e di salute in generale, mi viene spesso da riflettere sul meccanismo dell’informazione. In particolare penso al modo aggressivo e precipitoso con cui certe testate giornalistiche si precipitano nello scrivere articoli, il più possibile emotivi e il cui unico scopo apparente sembrerebbe essere quello di cercare una reazione forzata nel fruitore. E attenzione: io qui con “fruitore” non intendo dire “il lettore”, mi riferisco invece a tutti gli utenti che si trovano a svolgere una funzione (seppur inconsapevole) nel processo di diffusione della notizia stessa attraverso le piattaforme di condivisione che definirei “viralizzanti”.
Difatti anche queste persone, che su sulle “piattaforme viralizzanti” leggono solo il titolo del post senza approfondire il contenuto, senza cliccare, senza continuare la lettura e che invece intervengono immediatamente nella sezione commenti, sono “Fruitori” e ne è prova il fatto che, seppur fuori tema condiviso, così facendo, sfruttano un meccanismo utile a permettergli di soddisfare un loro bisogno, quindi trovano “un servizio”.
Ma senza soffermarci sulla natura del bisogno di questo tipo di “fruitori”, per non uscire dal tema, mi viene anche da pensare a come il linguaggio insito nella creazione dei titoli e delle descrizioni di questi articoli sia significativamente differente da quello usato nella scrittura del testo e come apparenti contraddizioni insite nel primo, vengano risolte solo alla fine dell’articolo stesso (quasi a voler dire “solo pochi leggeranno tutto e, di loro, ci importa poco”).
Ma allora, sulla base di questi presupposti, verrebbe da chiedersi: qual è lo scopo primario di una rivista o di un giornale nel diffondere una notizia che parla di scienza, salute e prevenzione? Hanno davvero l’obiettivo di Informare? Hanno davvero un obiettivo?
Mi verrebbe da ipotizzare che, ciò che potrebbe davvero muovere certe riviste nella scrittura e la conseguente pubblicazione di un articolo di salute e nutrizione sia proprio la natura sensazionalistica della scoperta. Poco importa infatti che si tratti di una fake news o sia un articolo di debunking: ciò che conta davvero è il dibattito superficiale.
Altresì ipotizzerei che, sulla base della stessa logica, il significato di denuncia del vero e di “smascheramento della fake news” in quel tipo di articoli e per chi li scrive, sarebbe chiaramente secondario e contingente. Che senso avrebbe continuare a usare un metodo di diffusione “viralizzante” se questo stesso processo funziona solo se si forza l’interpretazione errata e superficiale della notizia stessa? Se l’obiettivo diventa “il maggior numero possibile di persone che, invece di aprire e leggere l’articolo, interagiscano nei commenti e nelle condivisioni”?
Potremmo mai immaginare la redazione di una qualsiasi testata giornalistica di oggi, riunita a un grande tavolo, darsi pacche sulle spalle vicendevolmente con l’orgoglio di chi, senza nulla da temere, sente di aver fatto la cosa giusta?
Riterrei più verosimile che la natura di quelle “ipotetiche pacche” risiederebbe invece nell’aver fatto un passo avanti verso un obiettivo di fatturato, noncuranti di aver asservito il gioco di un pensiero privo di ragionamento e quindi, privo anche di senso e di fine.
Aveva forse ragione Davide Foster Wallace (più di quanto potesse credere a suo tempo) dal momento che anche scienza e salute si piegano all’intrattenimento infinito?
Un intrattenimento al quale si piegano obiettivi, significati e la stessa logica.