Negli ultimi anni la figura dell’“educatore alimentare” viene proposta sempre più spesso come un’opportunità professionale accessibile, moderna e apparentemente ben definita. Il problema è che, dietro a questa etichetta, si nasconde spesso una grande confusione, soprattutto sul piano normativo e delle reali competenze.
Quando si parla di cibo sembra tutto semplice. Ma quando si parla di alimentazione, prima o poi, si finisce inevitabilmente a parlare anche di salute. Ed è lì che la chiarezza diventa indispensabile.
L’educatore alimentare esiste come professione?
La risposta, per quanto possa non piacere, è no.
In Italia l’educatore alimentare non è una professione sanitaria riconosciuta per legge. Non esiste un profilo normato, non esiste un albo, non esiste un titolo statale che abiliti formalmente a questa figura.
Questo non è un giudizio di valore, ma un dato di fatto. Ed è importante partire da qui, perché molte incomprensioni nascono proprio dall’uso improprio della parola “professione”.
Parlare di alimentazione è lecito, ma non tutto è uguale
Il punto centrale è distinguere tra educazione e intervento sanitario.
Occuparsi di divulgazione culturale sul cibo, proporre attività formative o didattiche non sanitarie è assolutamente legittimo. Rientra in un ambito educativo e culturale che nessuno mette in discussione.
Il problema nasce quando questa attività viene presentata come qualcosa di più, o quando si lascia intendere che possa sconfinare nella consulenza nutrizionale vera e propria.
Perché lì il confine è netto.
Dove finiscono i confini (quelli che spesso non vengono spiegati)
Quando si inizia a parlare di valutazioni individuali, indicazioni alimentari personalizzate, prevenzione, gestione di condizioni di salute o di parametri clinici, non siamo più nell’ambito della semplice educazione. Siamo nell’area sanitaria. Ed è un’area che, per legge, è riservata a professionisti con titoli universitari riconosciuti e responsabilità ben precise: dietisti, biologi nutrizionisti, medici.
Questo significa che non basta “non fare diete” per non cadere nell’abuso di professione.
Qui non conta quanto un corso sia ben strutturato o quanto entusiasmo ci sia. Conta la cornice normativa, che un diploma privato non può scavalcare.
Il nodo delle certificazioni e dei “riconoscimenti”
Un altro elemento che genera molta confusione è quello delle certificazioni. Molti percorsi di “educatore alimentare” rilasciano diplomi certificati da associazioni o federazioni private. Questo, di per sé, non è illegittimo.
Il problema nasce quando non si chiarisce che si tratta di riconoscimenti privati, validi solo all’interno di specifici contesti e circuiti. Non sono titoli statali, non hanno valore legale e non abilitano a professioni sanitarie.
Presentarli in modo ambiguo significa creare aspettative che, nella pratica, non possono essere mantenute.
Perché questa chiarezza non è una polemica
Fare chiarezza non significa attaccare la formazione privata, né demonizzare chi si avvicina a questi percorsi con interesse e buona fede. Il vero problema non è la formazione in sé, ma come viene comunicata.
Chi decide di iscriversi ha il diritto di sapere, fin dall’inizio, cosa potrà fare davvero e cosa no. Senza slogan, senza scorciatoie linguistiche, senza zone grigie.
Perché quando si parla di alimentazione e salute, le parole contano.
In conclusione
Educazione alimentare e professioni sanitarie non sono la stessa cosa. Un diploma privato non equivale a un titolo universitario riconosciuto. E usare termini come “legittimamente” non cancella i limiti imposti dalla legge.
La chiarezza, in questo ambito, non è un ostacolo.
È un tassello fondamentale di prevenzione, tutela e rispetto verso chi studia, chi lavora e chi si affida a un professionista.
Un saluto dal tuo Nutrizionista del Cuore!